vol. LI (2006)
Nikica Talan
O "indiólogo" croata Ivan Filip Vesdin (1748-1806) e as "Índias Portuguesas"
O texto que se segue trata do grande "indiólogo" europeu de origem croata,
Ivan Filip Vesdin (1748-1806), mais conhecido sob o nome de religião P. Paulinus
a Sancto Bartholomaeo. A maior atenção centra-se num dos seus diários,
escrito em português entre 16 de Outubro de 1786 e 2 de Março de 1789, durante
a estadia do autor na Índia (Costa do Malabar). Os "protagonistas" e os
acontecimentos descritos no referido diário manuscrito comparam-se depois
com os "protagonistas" e acontecimentos descritos no livro mais popular e
mais lido de Vesdin - Viaggio alle Indie Orientali (Roma, 1796), chegando-se à
conclusão de que existem várias coincidências entre ambas as obras.
Ivica Peša Matracki
Linee di tendenza nella formazione delle parole nell'italiano contemporaneo
Con questo lavoro si vuole dare un quadro dello sviluppo dei procedimenti
di formazione delle parole (derivazione e composizione) nell’italiano contemporaneo.
Il corpus utilizzato è stato tratto da alcuni repertori di neologismi
apparsi tra il 1983 e il 2003. Come punto di riferimento principale sono stati
usati il DISC e lo Zingarelli 2007. L’esame dei dati raccolti riguarda suffissati,
prefissati, composti e composti neoclassici. Sono state escluse le parole
formate per conversione e per riduzione.
Jacqueline Spaccini
In un museo e davanti a un quadro…
Lettura critica di un racconto di Daniele Del Giudice
In un racconto di Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims, il protagonista
Barnaba, che sta per diventare cieco, decide di visitare il museo della cittadina
francese per fissare nella mente alcuni quadri, prima di perdere completamente
la vista. L’analisi dell’opera si soffermerà sul ruolo del museo, prendendo
altresì in considerazione quale è sempre stata la sua immagine istituzionale.
Il fine è quello di individuare e suggerire l’esplicitazione della domanda posta
nel titolo dell’argomento proposto: ovvero, come da labirinto un museo possa
trasformarsi in luogo epifanico, lungo un percorso che attraverso i quadri
visionati porta all’introspezione psicologica del personaggio.
Suzana Glavaš
Umberto Bellintani e la sua Notte incantata
Il lavoro è incentrato sull’analisi di una lirica, dal titolo Notte incantata, ceduta
dal Poeta alle stampe un anno prima della scomparsa. In essa, per la prima
volta nell’opera, affiorano simboliche e possenti immagini in cui è racchiusa
la concezione bellintaniana del trapasso come una naturale restituzione alla
maternità della materia (Terra, Matrix, Prima Materia). Nella parte introduttiva
il lavoro rievoca alcuni componimenti editi nelle raccolte del 1953, 1955
e 1963 in cui sono presenti le immagini archetipiche della Terra, sentita come
amoroso grembo protettivo della nativa Pianura Padana, Genitrice e Creatrice,
Iniziatrice alla Luce, Dispensatrice di Vita. Nella lirica esaminata, edita nel 1998,
la raffigurazione dell’archetipo terreno materno assume invece le sembianze
mitologiche del Ventre cavernoso della Terra Genitrice, pronto a divorare il
figlio da lei stessa generato, perché sentito dal Poeta come Ventre della Grande
Madre Trasformatrice, Iniziatrice all’Oscurità, l’ambigua Madre Natura che racchiude
in sé Vita e Morte. Nella visio poetica del componimento Notte incantata
si configura l’ antico mistero cultuale fisico-meta-fisico della Dea Madre Terra
tradotto nel motivo dominante della balena, con i connessi motivi delle anguille,
del pescatore sulla barca, del fiume che sfocia nel mare e della vita notturna che
tramuta in solare. Vi si rinviene la prima avvisaglia onirica, nell’opus bellintaniano,
dell’approssimarsi della morte fisica e del confine vissuto dal Poeta tra
la vita terrena ed ultraterrena. Qui Bellintani vive l’archetipo della Terra come
l’utero che contiente il tutto, che genera, divora e trasforma, in sintonia con il
suo credo secondo cui la vita umana rispecchia le leggi del rinnovamento ciclico
della natura. Sono immagini cariche di archetipiche valenze polisemantiche di
una separatio ed una coniunctio dell’Io lirico con la ‘notte incantata’ dell’obscuro
Grembo materno.
Ivan Lupić
“All men are bad and in their badnesse raigne”: Shakespeare’s
Sonnet 121 in Contexts of War
The paper is concerned with what can be termed a “con-textual” reading of Shakespeare’s
sonnet 121, published in translation in one of the most popular Croatian
daily newspapers in the summer of 1991, when the bloody Yugoslav war was
already taking its heavy toll of suffering and death. In the case of Shakespeare’s
Sonnets, contexts primarily denote the poems within which a particular sonnet
is embedded in the 1609 quarto order, but also those texts in relation to which
an individual sonnet is made to function at a certain moment of its publication
history. This historically situated embodiment of a Shakespeare sonnet deserves
a�ention because it alerts us to the various ways in which universalizing discourse,
for which Shakespeare as fashioned by the dominant traditions of Shakespearean
criticism has become so in/famous, is deployed in order implicitly to support or
additionally legitimize certain political assumptions and national allegiances in
times of war. Prompted by the immediate textual environment of the newspaper
in which the sonnet was published as well as by the accompanying translator’s
note, the discussion focuses on the complex semantic nature of this textual event
and serves as a painful reminder of what readers of Shakespeare, marked by the
difference of their specific cultural situations, are up against.
Jelena Šesnić
Wounded History: A Reading of Edwidge Danticat’s Fiction
The contemporary Haitian American writer Edwidge Danticat appropriates in
her fiction representational models observable also in so-called minority, postor
neo-colonial writing, which bears comparison to the dynamics of trauma as
laid out in contemporary cultural theory based on the revision and rereading of
Freud’s texts (especially by Laplanche, Caruth, Felman). Drawing on Danticat’s
fictional texts, such as the novels The Farming of Bones (1998) and Breath, Eyes,
Memory (1994), and a short story collection Krik? Krak! (1995), the article suggests
indispensable links between the project of articulating traumatic events
underlying collective, but unrecognized and so-far unrecorded, history, and
the projects of bearing witness and carrying on the memory of an event. This
conjunction is crucial for the articulation of collective, group history, and finds its
embodiment in the hybrid form of historiographic metafiction and testimonial
writing, while observing the temporal structure of traumatic belatedness and
deferral, and the ultimate impossibility of transposing the traumatic into the
narrative (The Farming of Bones; Krik? Krak!). The other line of argument tries
to foreground the impact of structuring or base trauma as it interferes with the
working-through and the transposition of a personal trauma into a coherent
narrative of one’s Bildung (Breath, Eyes, Memory). Still, these impasses mark
a significant cultural intervention launched by Danticat and other similarly
positioned authors in order to account for and bear witness to a history that
articulates itself as an impossible, because traumatic, narrative.
Jelena Mihaljević Djigunović
Interaction between L1 and L2 Communicative Language Competences
The paper focuses on a study whose aim was to look into interactions between
L1 and L2 communicative language competences of EFL language users. The
author looks into primary school (year 8) learners' performances on communicative
language tests that measured both their L1 and L2 competences.
The sample included close to 400 participants with differing starting age in
EFL learning. The tests had the same underlying design in both languages.
Results of L1 measures were compared with results on L2 tests. Findings
were analyzed at several levels.
